Avevo paura

Violet quando vuole sa essere veramente una stronza. Sa mettere il dito nella piaga come nessun’altra. L’avevo invitata a teatro quella sera, e mi ero preparato in maniera impeccabile. Avevo fatto una lunga doccia bollente, mi ero fatto la barba (farsi la barba di sera è terribile), avevo cenato presto per non avere niente sullo stomaco, avevo indossato il mio migliore tight, due spruzzate di Bulgari pour Homme e avevo chiamato un taxi per andarla a prendere. Non mi andava di prendere la macchina e neanche di camminare. Abito vicinissimo al Gran Teatro dell’Opera, ma quella sera volevo apparire al meglio, sembrare sicuro di me. Brillante, spiritoso, allegro. Un distinto e nerboruto signore di mezza età accompagnato da una bella signora. Con la mia prestanza fisica, mascolinità ed eleganza non avrei avuto rivali, neanche fra gli uomini più giovani e aitanti. Eppure quel particolare, quella poltrona vuota accanto a me (quella dell’abbonamento annuale per due persone) lasciava scoperto il mio tallone d’Achille. E lei, ovviamente, ne approfittò.

“Russell, ma quella poltrona resterà vuota per molto? Vogliamo riempirla, sì o no?”.

Violet è una signora un po’ avanti con gli anni, ma se li porta benissimo. Io la considero da sempre come una sorella maggiore. Da quando è rimasta vedova, ormai da una decina d’anni, le piace prendersi cura di me. Ha sempre avuto un debole per me, ma con il passare del tempo è andato trasformandosi in una specie di amore materno. Suo marito era un brillante avvocato, un uomo tutto d’un pezzo, alto, piazzato e infinitamente buono e generoso. Un vero mattacchione. Si erano conosciuti in una sala da ballo dove andavamo tutti insieme quando eravamo ragazzi. Visto che io non ricambiavo le sue attenzioni, lei si era decisa a cedere alla insistente corte di Freddie. Furono felici insieme per tanto tempo. Freddie, sfortunatamente, come tutte le persone buone e in salute, si ammalò di un rarissimo tumore. In pochi mesi lo aveva consumato, e lui, forte come un leone, si era lasciato spegnere piano piano, senza disturbare, lasciando un vuoto che definire incolmabile sarebbe oltremodo riduttivo. Freddie mancava anche a me, e nonostante lui avesse capito che il grande amore di sua moglie ero io, avevamo uno splendido rapporto. Ovviamente non poteva essere geloso dell’amico omosessuale della moglie. Non più di tanto, credo.

Lei è sempre stata una donna forte e volitiva, non ha mai mostrato segni di sofferenza. Probabilmente ha elaborato il lutto in maniera assolutamente personale e privata, lontana dagli sguardi del mondo intero. Nonostante sia sempre stata schiva e riservata, è una persona decisamente presente nella vita dei suoi cari. Compagna di mille avventure, ha sempre avuto con me un fare protettivo. Passa a casa mia ogni santo giorno a vedere come sto, portando con sè casseruole piene di ogni ben di Dio, cucinate con le sue mani, che puntualmente io non riesco a finire. Come ogni brava mamma telefona sempre la sera per sapere se ho mangiato, com’era lo stufato (o il sufflè), se l’idraulico è venuto a riparare quel tubo, mamma-mia-come-sei-sciupato, ecc… O la ami o la detesti. Ma non te ne puoi liberare.

Lo spettacolo era iniziato da un po’ e vedevo che Violet, mentre fissava Madama Butterfly, era titubante e frenava ogni suo sussulto. Stava per dirmi qualcosa, distrattamente, come si fa come quando si fa conversazione spicciola mentre si è intenti a fare altro. “Dimmi,… Cosa ti turba?”, le ho sussurrato a mezza bocca, per non disturbare, mentre anche io fissavo la scena. “Nulla di importante, non volevo…”, mi rispose lei. “Non volevi cosa?…”, insisto io pochi istanti dopo, sempre a bassissima voce. “Niente, non preoccuparti, te lo dico do…”. Neanche il tempo di dire dopo che da dietro arriva un sonoro SSSSH! Violet aveva alzato un po’ la voce. Ci siamo rimpiccioliti dalla vergogna, rannicchiandoci sulla poltrona, cercando di non fare nessun rumore.

All’intervallo, usciamo dalla sala e ci dirigiamo verso il loggione, visibilmente imbarazzati, sfoggiando un sorriso ebete, senza dire niente. Io le offro il braccio e lei si appoggia. Camminiamo lentamente. “Hai sete?…”, le domando senza rivolgerle lo sguardo. “Sto morendo!”, risponde lei. Ci guardiamo negli occhi e scoppiamo a ridere. Ci sediamo a un tavolino del bar e ordiniamo. Il bar è affollatissimo e rumorosissimo, e questo ci costringe a parlare a voce alta. Lei mi guarda con aria di sfida, come a dire: adesso sono pronta. Io sorrido sornione e la fisso con gli occhi socchiusi come a dire: prima tu. A un certo punto lei si stufa e dice: “Almeno potevi risparmiare i soldi facendo l’abbonamento singolo! Oppure potevi dirmelo, avrei evitato di comperare il biglietto!”. Io la guardo e scoppio a ridere. “Ma scusa, ti ho invitato io! Era ovvio che fossi mia ospite! Tu sei andata di corsa al botteghino e io che dovevo fare? Correre in vestaglia e impedirti di comprare il biglietto?”. “Ma che farabutto!”, mentre per scherzo mi dà uno spintone. “Ehi! Ma… Adesso che fai, mi vuoi picchiare?…”, rispondo piagnucolando. Continuiamo a ridacchiare. Mentre il cameriere arriva con il vassoio ci ricomponiamo e le dico: “Avevo paura”. Lei cambia completamente espressione e mi dice: “E di che cosa?”.

“Paura. Paura di avere paura. Paura di affrontare la solitudine. Paura di annoiarmi. Paura di non essere attraente. Paura di non interessare a nessuno. E allora ho cominciato a curare il mio aspetto, cambiare alimentazione, andare in palestra, osservare e frequentare persone diverse. Sono diventato robusto e muscoloso, ho usato il dopobarba antirughe, mangio meglio del dottor Oz, dormo otto ore a notte… Sono diventato bello come il sole, attraente come una calamita, ma… Niente. Non un cenno da nessuno. Non uno sguardo. Non un sorriso. Allora mi sono detto: sbaglio strategia. Devo cambiare ancora. E ancora. E poi di nuovo. Ma dopo anni, nessuno. Non una lettera, non un’e-mail, non un messaggio su Facebook… Sono di vetro. E allora mi sono inventato un marito immaginario. Che è come l’amico immaginario di quando uno è adolescente, ma per adulti. E non un fidanzato, bada bene: marito. Tanto è immaginario, quindi tanto vale esagerare. Comunque è molto meno esigente di uno in carne e ossa: non devi lavargli mutande e i calzini, non pretende la cena pronta quando rincasa e non deve andare alle partite di calcetto dei colleghi. Perché oltretutto, lui è etero, è un maschio alfa, ha la pancetta da commendatore, non fa sport (lo guarda solamente), beve birra e rutta senza ritegno. Però si ricorda sempre di abbassare la tavoletta. È un uomo semplice e prevedibile, un vero pezzo di pane. Mi vuole bene e ogni tanto mi porta un mazzo di rose scarlatte, una dozzina, gambo lungo. È pazzo di me, e io di lui. Pensa che siamo così innamorati che abbiamo deciso di fare le cose insieme, anche quelle che non ci piacciono. Lui mi porta allo stadio la domenica e io lo porto a teatro il venerdì. Quindi quella poltrona accanto a me è occupata. Come il sedile dello stadio dove vado ogni domenica. Da solo. Anzi no: con lui. Solo che lui non c’è.”

“Tu non sei pazzo di lui. Tu sei pazzo, punto. Anzi: sei pazza!”, tuona Violet. “…sei gelosa, eh?”, rispondo io ridacchiando e facendo l’occhietto. “No, tesoro. Sono seria.”, risponde lei ricambiando lo sguardo di sfida. “So benissimo che dovrei andare in analisi. So perfettamente che il mio comportamento è assurdo. So esattamente che mi sto illudendo…” Apro la bocca per risponderle, inspiro profondamente e mi sollevo dalla sedia, ma poi espiro e abbasso lo sguardo, e triste replico “Hai ragione. Ma io volevo solo sembrare più interessante… Lo sai che quando sei solo non ti guarda nessuno, mentre quando sei accoppiato tutti si fanno avanti…”, balbettavo piagnucolando. “Oh, povero tesoro… Vieni qui, anima mia…”, ribatte Violet con fare da mamma chioccia, abbracciandomi.

Le carenze d’affetto sono una brutta bestia. Ti fanno fare le cose più assurde. Ti mettono a nudo davanti a uno specchio e ti fanno vedere tutte le cose di te che non ti piacciono. All’inizio non ci fai caso e dici a te stesso che non è un problema. Poi cominci a minimizzare, anche se sai che l’orologio fa tic, tac, tic, tac, tic, tac… Più passa il tempo e peggio è. E quindi abbassi le aspettative, prima su te stesso e poi sugli altri. Piano piano arrivi ad accontentarti di qualsiasi cosa pur di non rimanere solo.

Improvvisamente Violet scatta in piedi e dice a voce alta: “Adesso io e te usciamo da qui e andiamo a rimorchiare!”, esattamente nel momento in cui tutti gli avventori del bar avevano deciso di stare zitti.

Dopo qualche secondo di gelo, e dopo essere lo zimbello del teatro la guardo e le dico: “Se non altro per evitare di rientrare in sala e completare la figura di merda che abbiamo appena fatto!…”, dico io in tono assolutamente serafico, e guardandomi intorno: “…meno male che dovevamo sembrare una coppia…”. Lei ride, mi afferra per un braccio e dice: “Dài, dico sul serio!”, “Anche io!”, le rispondo, alzandomi dalla sedia. E quindi lasciamo il teatro, con sdegno delle persone intorno a noi, ci precipitiamo fuori e Violet si butta dentro un taxi. “Dove vai?”, le faccio con voce tremula, affacciandomi da fuori. “A uomini! Iuhuuu!!!”, risponde lei gridando come una pazza. “Ma… Così? Io mi devo cambiare!”. “Lo vedi che sei senza speranza? Che sei una principessa che ti devi cambiare d’abito? Forza, entra, altrimenti vado da sola!”.

Non era tardissimo, non era neanche mezzanotte. Il taxi aveva dei sedili comodissimi. Mentre mi accoccolo, il tassista schiarisce la voce e dice: “…dove vi porto?”. Violet replica: “Dove vuoi andare, Russell?”“Dove vuoi, tesoro.”, rispondo io, riprendendo il ruolo del marito/amante/fidanzato. Lei mi guarda e ridacchia, si gira verso il tassista e dice: “Ci porti al Blue Angel. Lo conosce vero?”Il tassista dice: “Certo signora…”, e alza il sopracciglio intendendo ‘ma che cavolo ci vanno a fare questi due a un locale di spogliarellisti?’.

Il Blue Angel è l’ultimo baluardo dell’ex quartiere a luci rosse, Torre degli Angeli. Il quartiere, costruito all’inizio degli anni ’70 era una babele di sesso e perdizione: di notte si trovavano prostitute ovunque, locali di spogliarello, club per scambi di coppia, sexy shop… Bocca chiedi. Tuttavia di giorno si trasformava in quartiere accogliente, pieno di spazi verdi e rigogliosi e di persone amichevoli, cordiali e gentili. Ad esempio c’era sempre Ricciolona, la trans brasiliana alta due metri con i tacchi da 12 che aiutava la vecchina in difficoltà ad attraversare la strada mentre le portava la spesa. C’erano i giangianesi e i bangladini che avevano i negozi di frutta e verdura più forniti della città. C’erano i palazzi più malandati dove abitavano tutte le famiglie di immigrati da ogni parte del mondo. All’ora di pranzo potevi farti catturare dal profumo delle cucine di tutto il mondo: dallo zighinì etiope, al nasi-goreng thailandese fino al ciapati indiano. Una festa per il palato, l’olfatto e per gli occhi, con tutte le donne vestite di mille stoffe e colori che portavano i loro figli al parco giochi. Persone di ogni credo, etnia e religione che convivevano pacificamente, dando il buon esempio all’uomo bianco.  Dopo qualche anno i benpensanti hanno pensato bene di ‘ripulire’ il quartiere, con il disappunto di tutti i gestori dei locali e di tutta la ‘manovalanza’ che di colpo si è trovata senza lavoro. Freddie aveva difeso pro bono molte persone che, tutto sommato, si guadagnavano il loro pane onestamente. E proprio i soci del Blue Angel, portando avanti moltissime battaglie in tribunale, erano in qualche modo riusciti a ‘raccogliere’ nella loro grande famiglia tutte quelle persone che erano rimaste senza lavoro e che avevano dovuto ‘reinventarsi’ una carriera. La cassiera era una stella della canzone diventata meteora, le cameriere ‘conigliette’ erano prima delle ‘lucciole’, mentre i buttafuori, di tutte le nazionalità possibili e immaginabili, con i loro fisici massicci e tatuaggi di tutti i tipi, erano una volta marinai imbarcati su cargo battenti tutte le bandiere del mondo.

È proprio Sergei, ex bracciante e marinaio della penisola di Kola che ci accoglie con il suo sorriso a 360 denti, la sua testona rasata, i suoi occhi color ghiaccio e il suo accento dell’est. “Bela Rasèl, anche stasera sinsa marito?” ridacchiando come un bambino, nonostante il suo metro e novanta, tutto muscoli e tatuaggi. “Ciao Sergei, sei fortunato che non sia qui, altrimenti ti farebbe vedere lui!”, risposi ridacchiando. “Sergei, hai visto che fisico che ho fatto? Saremmo una bella coppia io e te, no?”, insisto ammiccando e facendo l’occhiolino. “Milli grazie signore, ma mi piasciono i belli signore come la sua!”, sganasciandosi dalle risate. Mi rivolgo a Violet “…interessa l’articolo?…”. “Anche no!”, tuona Violet.

Entriamo e subito veniamo notati per il nostro abbigliamento. Le conigliette scrutano me e i coniglietti scrutano Violet. Alcuni di loro lo fanno: altri fanno esattamente il contrario. Appena faccio cenno di ricambiare le attenzioni di un bel coniglietto color cioccolato fondente alto e aitante, Violet mi afferra per il braccio e mi strattona, portandomi via. “Ehi!…”, piagnucolo. “Ti serve un marito vero, non un gigolò!…”, risponde alterata. Inutile descrivere il locale: una discoteca/bordello degli anni ’70 mai rimodernata, solo una mano di vernice qua e là.

[CONTINUA]

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La Stanza

La lampada poggiata sulla scrivania era nascosta da un mucchio di faldoni straripanti di fogli disordinati. La luce tenue illuminava faticosamente la stanza, ammorbidendo i contorni della gigantesca libreria, del divano e della poltrona vicino al tavolo da caffè. Una sigaretta accesa era pericolosamente in bilico sul posacenere di fianco al bicchiere di bourbon. Il mozzicone si consumava a poco a poco e la serpentina di fumo saliva ondeggiando a ritmo lento e inesorabile, quasi a scandire il rintocco sordo dell’orologio a parete. L’ora era tarda e la polvere si posava su tutti gli oggetti inerti, senza disturbare l’immutabilità delle cose. Le pareti erano rivestite da una vecchia carta da parati a fiori ormai fuori moda e traboccavano di quadri a olio, trofei di caccia e vecchie foto in bianco e nero, incorniciate e appese alla meno peggio. Molti scaffali ospitavano una considerevole quantità di ninnoli, soprammobili e cianfrusaglie accumulate negli anni, custodite gelosamente come reliquie. Nessuno aveva mai avuto il coraggio di ordinare e ripulire quella babele di oggetti, libri, fogli di carta, foto, quadri e ricordi in mezzo a quell’aria stantia e soffocante.

Un caos degno di un genio sregolato. Salvo che il vecchio Henry era tutt’altro che geniale! Ma la sua stanza era così e basta. E così sarebbe rimasta finché Henry avesse avuto fiato nei polmoni. Certo, non gli restava molto da vivere. Non era proprio il ritratto della salute: la vecchiaia avanzava, consumava fumo e alcol in quantità… Ma Henry era cocciuto come un mulo e non voleva rinunciare ai suoi vizi. La grande casa nella quale viveva ormai era in mano ai nipoti chiassosi e indisciplinati, ai figli viziati ed egoisti, alla servitù pomposa e arrogante e a tutti gli scrocconi, ignavi, perdigiorno e invadenti che suonavano quel maledetto campanello ogni volta che si presenta l’occasione. A poco a poco si erano presi tutto, e non lo mollavano. Usavano e abusavano di ogni angolo della casa, spendendo e spandendo il patrimonio di famiglia senza ponderare nulla. Ma Henry non era interessato ai soldi, alla villa e di tutti gli ettari di terreno che il genero aveva trasformato da colture di ortaggi a una distesa di pannelli solari. Sapeva benissimo che la sua ora era vicina e quindi si era ritirato come un eremita nella sua stanza. Ancora arzillo e capace di intendere e di volere, aveva comunicato a tutti le sue ultime volontà. “Lasciatemi solo. Prendetevi tutto, ma non toccate la mia stanza e le mie cose. Non ho neanche più piacere di dormire nella mia camera da letto, da quando Clara se n’è andata, mi trovo benissimo a dormire sulla poltrona.”

Tralasciando tutte le cianfrusaglie più ignobili, restava solo la gigantesca pila di fogli raccolti da tempo immemore. Tutto quel disordinato ciarpame altri non era che il memoriale che Henry cominciò a scrivere quando era giovane. Conteneva di tutto: gli scritti di suo padre, le vecchie foto di famiglia, i numerosi appunti presi in tutta la sua vita, mappe e cartine, bozze e disegni, lettere della moglie, suo unico amore, e il suo diario di prigionia.

Henry non amava raccontare i fatti suoi e non parlava volentieri con nessuno. Solo qualche discorso sulla politica, che finiva sempre a male parole. Gli piaceva raccontare solamente le vicende della sua famiglia, quando era un giovane bracciante nella fattoria di suo padre. A quell’epoca conduceva una vita austera. Risparmiava ogni centesimo guadagnato e riutilizzava ogni cosa, cercando di conservarla con cura. Durante la guerra, la fattoria fu occupata da alcuni soldati tedeschi. Un manipolo di manigoldi che con fare intimidatorio si arrogava il diritto di stabilirsi nelle case benestanti pretendendo un trattamento da albergo di lusso. Il padre di Henry andava su tutte le furie ogni volta gli ordinavano a fucili spianati di uccidere una gallina per sfamarsi o quando si prendevano un fiasco di vino o il paiolo con la polenta. Non sopportava l’idea di dover ospitare a scrocco quella marmaglia di arroganti e di doverli per giunta servire e riverire.

Si erano presi addirittura la libertà di approfittare della grazia e bellezza delle ragazze più giovani. Un uomo dai tratti marcatamente teutonici, alto e massiccio, con i capelli biondo cenere e con lo sguardo fiero, frutto di quelle prepotenze, viveva come domestico nella grande casa. Schivo e poco socievole, si aggirava per le stanze senza dire mai una parola, guardato con disprezzo da tutti. Sembrava fiero di rappresentare il ricordo vivente di quel triste periodo.

Durante quell’occupazione il padre di Henry era così amareggiato e stizzito che cominciò a nascondere tutto. Oggetti di valore, sacchi di farina, salumi e ortaggi, tutto nelle cantine o nascosti in casse e bauli sottoterra. Addirittura seppellì un cavallo, che rimase vivo e vegeto fin quando se ne andarono i soldati. Scavarono una grotta gigantesca e con un sistema di tavole di legno riuscirono a lasciargli lo spazio per respirare, vedere il sole e per dargli da mangiare. Nessuno volle mai credere a quella storia così assurda, ma Henry giura e spergiura che è la pura verità. Sul letto di morte, il padre chiamò Henry al capezzale e gli rivelò i posti dove dissotterrare i tesori che aveva nascosto da più di un cinquantennio. Lui annotò tutto per filo e per segno e nel tempo recuperò tutto. Adesso tutta quella ricchezza era in quella stanza. Con il tempo quelle cose avrebbero forse acquistato anche un valore economico, ma Henry sapeva bene che alla sua morte i parenti avrebbero fatto piazza pulita. “Staccheranno i quadri dalla parete e getteranno i trofei fuori dalla finestra! Strapperanno la carta da parati per ritinteggiare le pareti con un orrendo colore pastello! Arrederanno la stanza con quelle porcherie di modernariato che mi fanno vomitare!”, diceva sempre Henry.

Molto spesso Henry, vinto dalla stanchezza, si addormentava profondamente per poi risvegliarsi quasi subito. Si assopiva e si risvegliava in continuazione, annebbiato dal fumo e dall’alcol. Faceva dei sogni talmente vividi da confonderli con la realtà. Talvolta si risvegliava di soprassalto, correva a scartabellare fra le pagine del suo memoriale per aggiungere un dettaglio, per guardare una foto o per cercare di ricordare se quello che aveva appena sognato accadde esattamente quel giorno a quell’ora come lui lo ricordava. Forse quei sogni arrivavano per spiattellargli in faccia la verità. Non capiva più se questo suo memoriale fosse colmo di ricordi annebbiati, incompleti o addirittura assolutamente infondati, immaginati o chissà cos’altro.

Clara era venuta a mancare ormai da trent’anni e il povero Henry passava ore a piangere e singhiozzare, perché la sua unica musa non era più lì ad aiutarlo a ricordare. Henry nel sonno parlava a voce alta e portava avanti lucidamente una conversazione intera, come se lei fosse lì a rispondere. A volte incalzava e si infuriava, altre volte piagnucolava mite e ripeteva “hai ragione tesoro”, altre volte ancora scoppiava a ridere fragorosamente. Sebbene lui avesse la sensazione di essere solo non si rendeva conto che chi viveva nella casa si accorgeva di quello che accadeva nella sua stanza. I rumori e le grida erano ben udibili da fuori. I parenti, sempre più preoccupati di questi comportamenti lunatici, cercavano in tutti i modi di farlo interdire. Speravano addirittura che tirasse le cuoia, visto che si nutriva praticamente di whiskey e solo ogni tanto, a notte fonda, sgattaiolava in cucina a rubare pane e formaggio.

La nuvola di fumo di sigarette ormai anneriva anche i vetri delle finestre sempre chiuse. Quella stanza era una fortezza inespugnabile e nessuno era benvenuto. “Perché non mi ci murate dentro? Tanto non uscirò mai di qui e mai nessuno di voi sanguisughe egoiste e impertinenti entrerà mai qui dentro finché campo!”

La sua a unica occupazione erano le sue memorie. Ripercorrere quelle pagine e quei ricordi era diventata un ossessione. Henry aveva vissuto una vita piena e non gli restava nessun’altro scopo, l’unica sua ragione di vita era scrivere il suo memoriale. Quel diario che sembrava un romanzo racconta le vicende di generazioni di una famiglia ormai smembrata. Solamente quella stanza era l’ultimo baluardo dei suoi ricordi. Come tutte le persone ossessionate da qualcosa, Henry si soffermava a pensare che tutta la mole di lavoro probabilmente era fatica sprecata. Alla sua morte, tutto sarebbe andato in malora e tutti i suoi sforzi sarebbero stati vani. Doveva assolutamente finire il diario prima di morire. Negli ultimi suoi giorni non aveva niente altro da annotare, in fondo la sua vita era la realizzazione del memoriale stesso. Bisognava che fosse il più accurato possibile, e una volta messa la parola fine doveva escogitare il modo di far arrivare ai posteri il frutto di una vita di sacrifici, in barba ai parenti serpenti, ai quali non è mai importato un fico secco dal passato. Se mai loro erano al contrario desiderosi di andare avanti, cambiare, rinnovarsi e lasciarsi il tutto alle spalle. Inutile dire che la sua ormai era come una crociata. Ma il pensiero che lo tormentava di più era dove poter custodire tutti i suoi tesori e tutti i suoi sforzi dopo la morte. Nonostante non fosse per niente religioso, tutt’altro anzi, aveva pensato di rivolgersi a quell’ipocrita del pastore della chiesa affinché conservasse quegli oggetti, come un reliquiario, a metà fra un museo e un santuario sul benefattore della comunità. In cambio gli avrebbe elargito un bel po’ della sua fortuna. Meglio dare i soldi ai baciapile che lasciare tutto alla cricca di sanguisughe. In questo modo avrebbe fatto un dispetto ai suoi parenti. Un gesto che sicuramente nessuno di loro si sarebbe aspettato. L’unico suo rammarico è che non avrebbe potuto vedere le loro facce quando alla lettura del testamento avrebbero appreso la notizia. In combutta con il suo medico, iniziò a fingere una strana malattia e a chiamare a il notaio. Improvvisamente quegl’impiastri dei parenti cominciavano a comportarsi da persone gentili e comprensive. Cominciavano a pensare “ci siamo” si fregavano le mani.

Sally, la figliastra del fratello più giovane di Henry, egocentrica e viziata che pensava solo a ubriacarsi e fare l’amore con quel bietolone del fidanzato James, era l’unica che mostrasse un sincero attaccamento a suo zio acquisito. Erano molto legati e si volevano un gran bene, anche se di fronte a tutti si detestavano cordialmente. Sally, mangiata la foglia, non poté far a meno di schierarsi dalla parte di suo zio, aiutandolo a realizzare il suo piano. Lei in fondo era allergica alla famiglia forse anche più di Henry e non vedeva l’ora di fare un bel colpo di testa. Era un’ottima occasione. Era Sally che, per non far insospettire i parenti, faceva da tramite fra Henry, il medico e il pastore. Faceva sempre la parte della nipote preoccupata, per poi fare il doppio gioco con gli altri, dicendo di aver origliato qua e là. Tutta la fortuna di Henry sarebbe andata alla persona che si fosse occupata di pubblicare il memoriale e di mantenere intatta la stanza dei ricordi. Sally cominciò a frequentare la villa con l’unico scopo di trascrivere al computer il memoriale di Henry. Con il suo portatile passava giornate intere a copiare, controllare, numerare, catalogare e organizzare tutti quei faldoni, fogli e fotografie, neanche fosse la biografia di Winston Churchill. Ogni tanto qualcuno osava origliare alla porta, ma si sentivano solo le imprecazioni di Sally, che si lamentava del disordine e della difficoltà di organizzare tutto, e le risate di Henry, che la insultava dicendole che non era altro che una stupida gallina viziata e che un po’ di lavoro le faceva bene.

Nei momenti di solitudine il mondo era ovattato, ricoperto dalla polvere, silenzioso, senza la luce del giorno, con la vecchia lampada poggiata sulla scrivania. Il mucchio di faldoni straripanti che la ingombrava adesso è più leggero. La luce tenue continuava imperterrita a illuminare la stanza, la finestra (ormai serrata da mesi), la gigantesca libreria, il divano, la poltrona e il tavolo da caffè. Dopo qualche settimana il lavoro era quasi terminato e Henry cominciava a dare segni di cedimento. Ormai non si alzava più dalla poltrona, non mangiava quasi più, aveva smesso quasi di fumare e neanche il whiskey lo rallegrava. Sentiva che era giunto proprio il momento di staccarsi. La vista era sempre più annebbiata, l’udito non era più quello di una volta e le membra lo stavano abbandonando. Non aveva neanche più la forza di respingere quelle sanguisughe dei suoi parenti che, con il benestare e l’occhio vigile di Sally, di tanto in tanto facevano capolino, facendo finta di interessarsi del suo stato di salute. I suoi respiri affannosi e lunghi lo soffocavano e nei momenti di lucidità cercava di pensare a tutto quello che doveva terminare prima di raggiungere Clara. Durante la notte lei passava a trovarlo, gli parlava con voce dolce e gentile, e gli raccontava pazientemente il suo cammino e il suo viaggio. Le lunghe passeggiate nei viali alberati, le fredde mattine d’inverno mentre si scaldava con una tazza di caffè fumante, i lunghi pomeriggi passati all’uncinetto, i canti dell’allodola e del tordo che scandivano le ore più lente e faticose del giorno, il frinire delle cicale nelle afose sere d’estate e il mare in tempesta, quel mare che la spaventava e che la costringeva a rimanere sveglia tutta la notte in attesa che lui tornasse. Gli parlava della famiglia, lo implorava di essere più indulgente e di perdonare tutte le persone che gli avevano fatto un torto, che lo avevano infastidito, insultato o mancato di rispetto. Ormai il passo era breve, e l’esistenza che lo aspettava era piena di serenità, di sole e di dolcezza, e non c’era nessun motivo di serbare rancore. Bisognava lasciare il passato alle spalle, alleggerirsi di quel fardello che lo accigliava e lo tormentava. Se fosse stato disposto a farlo, sarebbe passato a cuore più leggero, si sarebbe sentito più libero e amato. I suoi ultimi giorni sarebbero stati una gioia infinita. Le lacrime scendevano lente sulla pelle rugosa e avvizzita, consumata dagli anni e dal risentimento. A volte era sveglio e non apriva gli occhi. Restava ore immobile, in silenzio, respirando lentissimamente, ascoltando cosa stesse succedendo intorno a lui.

Non voleva più stare in quella vita, seduto su quella poltrona, segregato in quella stanza, immobilizzato e prigioniero di quella villa, alla mercé della gente libera. I suoi ricordi adesso erano in ordine, nelle mani di una persona di fiducia e il suo odio stava piano piano affievolendosi. I suoi pensieri erano fumosi ma sereni e tutte le sue preoccupazioni stavano mano mano scomparendo. Da lì a poco tutto si sarebbe appianato. Niente avrebbe avuto più importanza. Raggiunta questa consapevolezza i sogni sparirono, i parenti si quietarono e lui finalmente riuscì, per una volta, a dormire tranquillamente.

La mattina dopo Henry aprì gli occhi. Con estrema meraviglia si svegliò nel suo letto. La camera da letto era perfettamente in ordine. Una splendida giornata di sole illuminava le pareti bianche. Il letto a baldacchino era adornato con drappi color crema, fiocchi bianchi, cuscini e copri lenzuola con delicati motivi a fiori. Al muro c’erano gli acquerelli che aveva dipinto da ragazzo, appoggiato alle pareti c’era il tavolino con la bacinella e la brocca di ceramica e il grande armadio con la specchiera rifletteva l’uscio della porta socchiusa. Gli uccellini cinguettavano e si udivano le risate dei bambini che scorrazzavano nel corridoio. Si alzò dal letto sgranchendosi e stiracchiandosi bene, mise prima il piede sinistro e poi quello destro fuori dal letto, si infilò le pantofole e si alzò di colpo, sollevando le braccia con i pugni chiusi, stiracchiandosi ben bene e facendo scricchiolare tutte le ossa, dalle ginocchia a i gomiti. Con un sorriso ebete si passo la mano sul viso: sì… doveva radersi. Si avvicinò con passo lento verso il tavolino, si sfilò la camicia da notte e dopo essersi stropicciato gli occhi verificò che l’acqua fosse calda al punto giusto. La versò nella bacinella, si chinò e si sciacquò il viso. Si rialzò e girò lo specchio verso di lui, mentre apriva lo sportellino del mobiletto affianco, dove custodiva sapone, pennello da barba, striscia di cuoio, rasoio e l’acqua di colonia. Si guardò allo specchio. Il suo viso era giovane, i capelli corvini lunghi sulle spalle, occhi azzurri, lineamenti gentili e ancora tutta la vita davanti. Si specchiò a lungo, mentre con il pennello solleticava il sapone. La schiuma si formava sulla punta del pennello e il sapone si faceva sempre più molle sulla sua mano. Mentre si passava la schiuma sulla barba sentiva la voce dolce di Clara che lo chiamava. Un altro giorno cominciava, e lui era felice.

Sally e James

Si voltò e disse: “Fagliela vedere!”. Aspettò qualche secondo e disse più forte: “Dai, fagliela vedere a questi farabutti!”. Quel grido di rabbia e disperazione squarciò il silenzio di quel vicolo cieco. Era spaventata, ma aveva la forza di reagire e si mostrava infuriata. Lui invece era impietrito dalla paura. Sally non credeva ai suoi occhi: non si capacitava del fatto che James fosse tutto d’un tratto così fifone! Era la prima volta che lo vedeva così atterrito. Era la sua roccia, faceva sempre affidamento su di lui: non gli importava di ficcarsi in guai grossi, fintanto che James le era accanto. Sfortunatamente James aveva un tallone d’Achille: le lame. Non era spaventato dalla mole dei due malviventi. Ci mancherebbe… Un gigante come lui… Non era neanche spaventato dal buio o da quel freddo e inospitale vicolo di quel quartiere malfamato nel quale si erano cacciati. Quel gigante tutto muscoli dallo sguardo fiero e con la mascella volitiva diventava come un elefante davanti a un topolino quando gli spuntava davanti una lama.

Tutto ė successo perché Sally era eccitata, oltre che ubriaca. Erano in un localizzo di quart’ordine, avevano alzato parecchio il gomito e lei  voleva fare l’amore davanti a tutti. “Facciamolo qui su questo tavolo, con tutti quanti che ci guardano!” Anche lui era brillo, ma conservava un briciolo di lucidità e di pudore. Cercò di convincerla a smetterla di comportarsi come una sgualdrina. Dopo averla osservata con uno sguardo di leggero disprezzo si alzò di scatto, lasciò i soldi sul tavolo, l’afferrò per un braccio e la portò fuori a camminare. “Così ti passa…”, le disse in tono seccato. La strinse a sé, ma non come gesto galante e romantico, piuttosto perché lei non si reggeva in piedi.

Dopo pochi passi però gli passò la collera e si ricordò perché l’amava. Era immatura, infantile, ingenua e a volte spaccona e presuntuosa. Era vigliacca e capricciosa, egocentrica e intransigente, lunatica e irascibile. Ma era anche bella e dolcissima, premurosa e attenta, precisa e meticolosa. Non dimenticava mai una data, un anniversario, un compleanno, neanche la più inutile delle ricorrenze. Non era mai trasandata o sciatta, mai un capello fuori posto. Vestiva sempre in maniera impeccabile, abbinava stili e colori, trucco e pettinatura, cappellini, borse e scarpe, tutto con naturalezza e buon gusto. Sceglieva per lui sempre con cura il colore del completo, della camicia e della cravatta, gli ricordava sempre di indossare i gemelli e di non mettere quello stramaledetto orologio che odiava. “Sembra una padella!”, diceva. Non le sfuggiva mai il più piccolo dettaglio, non dimenticava mai un volto e soprattutto non dimenticava mai quello che le veniva detto.

“Ti ricordi il nostro picnic?”, disse a James quella stessa mattina. “Ho portato a far sviluppare il rullino della macchinetta fotografica…,” disse con tono di soddisfazione mentre gli versava una tazza di caffè, “…e pensa, non mi ricordavo che c’erano ancora le vecchie foto di quando era vivo Russell.” aggiunse con una punta di rammarico. In quello stesso istante James si strozzò con la prima sorsata del suo caffè. “Russell…,” si ripeteva in mente senza aprire bocca. Accidenti, la pellicola di quella macchina era lì da un pezzo se le ultime foto erano state scattate quando Russell era ancora vivo. James aveva gli occhi lucidi dalla commozione, ma non voleva lasciar trasparire il suo stato d’animo. Era un duro, lui. Aprì la bocca e dopo un breve colpo di tosse disse, con voce strozzata, “Ma pensa…” Lei si voltò con aria stupefatta. Lo fulminò con uno sguardo. Come poteva non dare neanche il minimo cenno di dispiacere? Lui la guardò con aria scocciata. Come poteva pensare che non gl’importasse? “…Piantala! Non guardarmi così! Sai che Russell per me è stato come un fratello maggiore!” disse James, schiarendosi la voce. “E allora mostra un briciolo di compassione, di commozione, santo cielo! Non si riesce mai a capire quello che pensi! Non ti sopporto quando fai così! Giuro, un giorno o l’altro ti sveglierai e io me ne sarò andata!…” Ma non fece in tempo a finire quella frase che lui, con impeto, la baciò, lasciandola senza fiato.

Esattamente come era lui in questo momento. Senza fiato. Dio, che situazione. Sally, nonostante avesse avuto l’ardire di urlare come un’indemoniata nel silenzio di quel vicolo, era terrorizzata, e mano mano che i secondi scivolavano la sua sfrontatezza scompariva, poiché James non reagiva. Uno dei due malintanzionati la teneva immobilizzata, mentre l’altro era di fronte che cingeva James con un braccio, mentre gli puntava la punta del coltello sul collo. “Fai una mossa e il tuo paparino ci lascia la pelle…” L’altro che tentava di immobilizzarla gli disse all’orecchio: “Non fate scherzi, non vogliamo farvi del male, vogliamo solo i gioielli e il portafogli!” Quella frase la fece tremare… La sbronza non le era passata del tutto ma si rendeva conto che non era in grado di fronteggiare il suo aggressore. Un passo falso e poteva dire addio a James. Lui era paralizzato dal terrore e non aveva neanche la forza d’animo di incolparla per averlo spinto verso quel vicolo.

Appena usciti dal locale, mentre la cercava di tenerla in piedi, lei continuava a fare la civetta e cercare di convincerlo a fare l’amore per la strada. “Che diavolo ti prende? Non ti piaccio più? Dimmi che accidenti hai, impiastro che non sei altro!” Lui era irritato, ma sapeva che era l’alcol a parlare e cercava di ignorarla, per quanto potesse. Lei barcollava e urlava come un’aquila e lui si sforzava di sorreggerla e di farla camminare. Avevano attraversato pochi isolati. Lui continuava ad ignorarla e cercava di pensare a tutti i momenti felici passati insieme. Lei era petulante e stizzita e provocava James con tutti gli insulti che conosceva. “Ti sei portato a letto qualche puttanella mentre ero via, dì la verità!” Si scrollò James di dosso e imboccò quel vicolo, cercando di correre sulle gambe malferme, barcollando per via della sbornia e dei tacchi alti. Aveva il fiatone e singhiozzava. “Preferisci qualche puttanella a me…” ripeteva con tono lamentoso e infantile. Lui la raggiunse, ma vennero sorpresi dai due malviventi.

La nuvola dei suoi pensieri era svanita e le gocce di sudore freddo scivolavano dalle tempie fino dentro il colletto della camicia. Era immobile, impietrito, ma doveva far qualcosa. Non sapeva se poteva contare su di lei, ma valeva la pena di rischiare. Immobile, guardando nel vuoto e con la voce tremante si rivolse al suo agressore dicendo: “Prendi il portafogli, si trova nella tasca interna della giacca…”, poi addolcì la voce e lo sguardo, la fissò dicendo “Tesoro, da brava, slacciati la collana, togli il braccialetto e daglieli, su…” Lei aveva smesso di singhiozzare e ora cominciava a piagnucolare: “Ma amore non voglio! Me li ha regalati mia madre!” Lui ebbe un lampo di genio: le fece un occhiolino e cominciò a litigare. “Capirai! Quella strega di tua madre! Quella volgare bigiotteria! Il collier che ti ho regalato io neanche lo guardi più invece!” Voleva che si arrabbiasse, e continuava a provocarla, sperando che iniziasse a infervorarsi e che l’adrenalia l’aiutasse a prendere in mano la situazione. I due malviventi cominciavano a faticare nel tenerli. Mentre gridavano tutti e due lui prese coraggio e diede una gomitata sullo stomaco al furfante che cercava di derubarlo e lei, capita la situazione, colse la palla al balzo, si girò verso il suo aguzzino e lo graffiò con le unghie sul viso.

Gli schiamazzi attirarono l’attenzione di un paio di agenti della polizia che si trovavano a un paio di isolati. I lampioni erano spenti e non si vedeva nulla, ma i due poliziotti gettarono via caffé e ciambelle e corsero con i manganelli in mano verso quel vicolo, cercando di sedare quella che credevano fosse una zuffa fra amanti. Quando si resero conto di quello che era successo, presero le manette e fermarono i due rapinatori che erano a terra doloranti. “Hai il diritto di rimanere in silenzio… Se rinunci a questo diritto, quello che dici potrà essere usato contro di te in tribunale…” diceva cantilenante uno dei poliziotti mentre ammanettava goffamente uno dei due rapinatori. “Dai, forza… Muovi le chiappe, avanzo di galera!” tuonava l’altro poliziotto, mentre spingeva avanti a sé il secondo, portandolo dentro la volante. Più tardi, gli spazzini che all’alba ripulivano il quartiere fischiettando, trovarono a terra il braccialetto e le scarpe coi tacchi di lei. James e Sally erano riusciti a liberarsi dalla morsa dei malviventi prima che arrivasse la polizia. Si erano allontanati, correndo verso il buio di quella notte, felici per lo scampato pericolo, giurandosi amore eterno per tutta la vita.